Chi ha ucciso Polpetta?

Giulia e Camilla camminavano verso casa schiacciate dal peso delle cartelle e già a un isolato di distanza capirono che c’era qualcosa che non andava.

“Ascolta Cami”
“Cosa?”
“Il silenzio”.

Iniziarono a correre a perdifiato e appena entrati nel vialetto di casa la videro, immobile e riversa su un fianco. Polpetta, il loro amato carlino, accoglieva le sue padroncine con il suo abbaio molto prima che apparissero alla sua vista, ma ora giaceva senza vita a poche zampe dalla sua cuccia.

“Oddio, è stato un lupo!” – azzardò Giulia senza riuscire a trattenere le lacrime.
“Impossibile, non ci sono ferite sul suo corpo”. Camilla indicò una piccola pozza di rigurgito violaceo in prossimità della bocca di Polpetta. – “È stata avvelenata!”.

Entrate in modalità segugio, le due piccole detective iniziarono ad analizzare la scena del crimine con inaspettata freddezza. Il dolore che provavano era sopraffatto dal desiderio di individuare il colpevole.

Giulia, ancora accovacciata di fianco a Polpetta, notò qualcosa di insolito sul terreno umido: impronte di passi che dalla cuccia si allontanavano. Si alzò senza dire una parola e seguì la traccia, che si interruppe pressoché immediatamente alla staccionata di confine con il giardino del vicino.

“Era sulla scena del crimine” – disse decisa – “È stato lui e dobbiamo dimostrarlo”.

Non lo conoscevano molto bene. Un uomo schivo, sulla cinquantina, che pareva aver scambiato il giorno con la notte. Quando disse di essere un portiere credettero giocasse a calcio.

“Perché avrebbe dovuto farlo?” – chiese Camilla.
“Di notte lavorava, secondo te cosa faceva di giorno?”
“Non lo so, guardava la televisione?”
“Dormiva, Camilla, chi lavora di notte di giorno ha bisogno di dormire, e Polpetta abbaiava sempre: abbiamo un movente.”

Quella stessa sera aspettarono che il vicino uscisse per andare al lavoro e si misero all’opera. Scavalcarono agilmente la staccionata e si infiltrarono nel giardino. Raggiunsero il capanno degli attrezzi; la porta era aperta. Accesero la torcia e iniziarono a guardarsi intorno. Camilla rovistò tra barattoli di vernice e prodotti per l’igiene della casa.

“Cosa stiamo cercando?”
“L’arma del delitto, Giulia”.

Una bottiglia di vetro semivuota, senza etichette, attirò la loro attenzione. Conteneva un liquido viola scuro. “Bingo, ecco il veleno. Prendiamolo e portiamolo dallo zio Luca”.

Lo zio Luca era un veterinario e nel suo ambulatorio stava esaminando il corpo di Polpetta proprio quando le due nipoti irruppero esagitate, urlando e brandendo la bottiglia.

“Una per volta, non capisco niente!”
“Zio, il vicino ha avvelenato Polpetta”
“Piano, piano, cosa ve lo fa pensare?”
“Abbiamo la triade investigativa completa: opportunità, abbiamo trovato le sue impronte vicino alla cuccia; movente, Polpetta abbaiava mentre lui cercava di dormire e arma del delitto, questo veleno che ha utilizzato per ucciderla!” – e gli porsero la bottiglia.

Lo zio Luca, uomo di poche parole, prese la bottiglia, la aprì e annusò il contenuto. Poi, sorprendendo le nipoti, ne assaggiò un goccio.

“Fermo zio, sei impazzito?”
“Volete provarlo? È succo di mirtillo”.
“Ha avvelenato Polpetta con del succo di mirtillo?”
“No bambine, Polpetta ha subito un’intossicazione da bacche di belladonna. Ho parlato con vostro padre e ieri, durante una passeggiata, Polpetta ne ha trovato un cespuglio e si è strafogata. Sono simili ai mirtilli, ma purtroppo sono letali. Anche lui non si era accorto della differenza.”

Le bambine non credevano alle loro orecchie.

“E come si spiegano le impronte?”
“Chiedetelo al vostro vicino e riportategli questa bottiglia”.

Avevano paura di affrontare il vicino, ma era la cosa giusta da fare.

“Ciao bambine, che ci fate qui?” – Il portiere di notte aprì la porta sorpreso dalla visita.
“Vogliamo riportarle questa bottiglia e chiederle scusa. Ieri sera siamo entrati nel suo giardino, eravamo convinti avesse avvelenato la nostra Polpetta.”
“Oh povere, non fa nulla, ho saputo che non ce l’ha fatta e mi spiace molto. Ieri mattina, quando sono tornato dal lavoro, l’ho sentita che guaiva, povera bestia, e non ho resistito alla tentazione di avvicinarmi. Ho iniziato ad accarezzarla e sembrava le desse conforto. Infatti si è addormentata, speravo si riprendesse, invece…”

Il vicino sembrava sinceramente affranto e le bimbe lo erano ancora di più: lo avevano ingiustamente accusato a causa di quei passi che invece erano dovuti a un puro atto di tenerezza. Il vicino intuì l’imbarazzo e ruppe il silenzio che aveva invaso la stanza.

“Vi piace il succo di mirtillo? Lo produco con i frutti del mio mirtilleto” – e allungò sul tavolo una bottiglia con due bicchieri.

Poche ore prima avevano odiato profondamente quell’uomo che ora si presentava loro per quello che era in realtà: una persona onesta, dolce e generosa, forse un po’ sola. Non avrebbe mai potuto sostituire Polpetta nei loro cuori, ma da quel giorno trovarono un nuovo amico e iniziarono ad aiutarlo nel suo hobby.

Mai da quel momento mancò succo di mirtillo fresco sulla loro tavola.

Pubblicato da papà Gianni

Cantastorie

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